Trent’anni prima o trent’anni dopo, la libertà corregge - sempre.

Un manifesto per il 30° anniversario del Napoli Pride, che afferma che le vite, le identità, i desideri e le famiglie LGBT non sono errori da “correggere”, e che richiama alla visibilità, alla dignità umana, alla responsabilità politica e a una leadership etica nelle organizzazioni Pride e nelle associazioni LGBT.


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21 giugno 2026

La libertà non si corregge. E come potrebbe correggersi? È l’essenza stessa della vita: un’emancipazione portata dal pensiero, che si declina nella libertà di espressione, di culto, di pubblicazione e in molte altre forme.

L’essere umano nasce libero, responsabile della propria libertà, ed è questa libertà a garantire la continuità della nostra specie di fronte alle difficoltà, alle calamità, alle tragedie.

La libertà non può essere corretta: è essa stessa correzione.

Correzione della nostra soggezione a un’idea, a un pensiero, a un’ideologia.

Soggezione a un comportamento collettivo. Per conformismo. Per paura di una certa esclusione sociale.

E allora?


E poi, che cos’è la correzione?

Sarebbe quella di un corpo, esso stesso concepito nella perfezione divina?

Sarebbe quella di un’identità, essa stessa erede della complessità di una discendenza familiare, con tutti gli attributi identitari e sociali prodotti dai matrimoni, dalle frequentazioni e dagli ambienti?

Gli orientamenti, i desideri, gli affetti e le famiglie non possono essere corretti.

Ci invitano a comprendere, alla luce del rispetto e nella dignità, non attraverso un’intellettualizzazione esibitiva.

Comprendiamo per riflettere, discutere, imparare, meravigliarci di fronte all’immensità della creazione.

Il disaccordo, il dissenso, non sono correggibili. Sono dibattito di idee, che genera altre idee: una ginnastica della mente, dell’intelletto e dell’intuizione.

La libertà di esistere, di autodeterminarsi, di vivere pienamente la propria vita non è correggibile. È una ricerca della verità, e solo attraverso la verità viviamo nell’autenticità, viviamo autenticamente noi stessi, viviamo con gli altri in modo autentico, viviamo gli altri con autenticità.


Mentre ci piace denunciare la deriva autoritaria, repressiva e moralista di un’epoca politica in cui tutto ciò che non si conforma viene preso di mira, delegittimato e marginalizzato, ci ricordiamo che l’“epoca politica” non è altro che l’espressione della società nello spazio politico. In altre parole, un’epoca politica autoritaria, repressiva e moralista è anche (il riflesso di) un’epoca sociale autoritaria, repressiva e moralista. E noi, persone LGBT, facciamo parte di questa società. Ci ricordiamo allora che critichiamo ciò di cui noi stessi siamo colpevoli. Noi, persone LGBT, abbiamo spesso dato prova di autoritarismo nel modo in cui trattiamo altre persone LGBT, reprimendo opinioni che non risuonavano con le nostre, moralizzando, assumendo atteggiamenti moralisti, salendo in cattedra in nome di una presunta superiorità morale e di un’ostentata dimostrazione di virtù. Una virtù che cerchiamo, spesso senza trovarla.


Una società che non comprende che la differenza, la particolarità, la singolarità, la distinzione non è altro che la sintesi che ogni individuo rappresenta nella propria integrità umana è una società che flirta con il totalitarismo. È una società in cui l’individuo non è più intero, non è più considerato un essere completo, ma un semplice elemento costitutivo di un gruppo: una massa inerte e spersonalizzata, in cui il potere di agire di ciascuno scompare e la responsabilità individuale si dissolve. Da quel momento in poi, ogni abuso, ogni trappola e ogni forma di ricatto diventano possibili, poiché nessuno è più realmente ritenuto responsabile di sé stesso.


Da una prospettiva più ampia, la “differenza” non è un’anomalia da contenere: è la forza che respinge il perimetro, le frontiere, i margini e i muri dell’appiattimento dell’essere umano nello stampo della facilità, chiamato normalità.


Da una prospettiva più ampia, la “soggettività” non è un problema da disciplinare: è il respiro di ciascuno, l’apporto e il contributo della persona a sé stessa e all’altro, affinché, insieme, possiamo fare società.


Da una prospettiva più ampia, la “libertà” non è una concessione da limitare: è l’attributo stesso dell’esistenza, ciò che si dispiega oltre i cieli, nella creatività e nell’innovazione; è divinità.


Dire che alcune vite sono errori ai quali bisognerebbe porre rimedio, che alcune esistenze sono deviazioni da correggere, significa invocare e sollecitare la morte, la distruzione e la sofferenza inutile. Significa abbandonarsi alla perversione dello spirito; a pratiche viziose, forgiate da idee moralistiche di violenza, degradazione e annientamento della dignità: trattamenti umilianti, inumani e crudeli, capaci di provocare sofferenze gravi e danni psicologici e fisici permanenti. È il culto del male, semplicemente.


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Come afferma il Pride di Napoli 2026 nel suo manifesto politico, che celebra trent’anni di esistenza, il Pride è un sismografo politico e sociale, capace di anticipare il proprio tempo e, di conseguenza, di illuminare l’agenda nazionale. È un lavoro collettivo ed emotivo che attraversa generazioni, persone, lotte, trasformazioni sociali e memoria; è sete di futuro. È dunque, inevitabilmente, un omaggio alla vita, che si estende a territori, temi e questioni che molti temono di esplorare. E non a caso.


Il Pride consiste nell’organizzare la visibilità delle realtà LGBT nello spazio pubblico, poiché è solo attraverso la visibilità che possiamo decostruire i miti, le menzogne e i pregiudizi che circondano le realtà LGBT. Le persone LGBT sono un campione della società nel suo insieme e, in questo senso, il Pride punta una lente d’ingrandimento sulla società stessa. Ciò che vi vediamo risuona a livello locale, regionale, nazionale, continentale e ben oltre, poiché la condizione umana è universale.


Per questo, il Pride è una pratica viva di partecipazione democratica, orientata e al servizio della giustizia sociale: una giustizia che appartiene a un processo continuo piuttosto che a un obiettivo definitivamente raggiunto, perché la vita è fluida e lo sono anche le sue espressioni.


Napoli è una città di mare, un porto e un luogo di accoglienza. Dal 2013, la marcia dell’orgoglio di Napoli porta il nome di Mediterranean Pride of Naples. Il Mediterraneo non è soltanto un mare: è un crocevia fluido di culture, lingue, corpi e racconti, che si incontrano e si mescolano senza mai neutralizzarsi, senza mai annullarsi.


La Beirut mediterranea racconta una storia simile: quella di una città portatrice della rinascita araba, dell’editoria e della condivisione dei saperi; quella di un rifugio di fronte ai regimi autocratici della regione e del mondo arabofono, una casa per chi vende, chi perde, chi se ne va - talvolta persino fino all’estremo. Eppure, gli estremi sono pericolosi: l’esagerazione e l’irresponsabilità alimentano conflitti e guerre (civili), e Beirut può testimoniarlo.


Napoli è una delle capitali di questa intersezione: una terra che, storicamente, accoglie le differenze e le fa proprie, rifiutando l’idea stessa di frontiere e di esclusione. In una città di pace che ha fatto dell’ospitalità uno dei suoi tratti più profondi, il messaggio risuona con una forza particolare: chi vi accoglie, vi riceve per ciò che siete. Nel nostro mare come nelle nostre città, la libertà circola, i corpi si incontrano e la vita, semplicemente, non può essere corretta.


Al Pride non si è mai spettatori: lo plasmiamo con la nostra presenza, con la nostra assenza, con la nostra partecipazione, che oso sperare sia effettiva, cioè informata e consapevole. Dopo tutto, ogni individuo porta la responsabilità della propria vita: quella di alzare la voce, di prendere la parola, di dire ciò che vuole e ciò che non vuole.


Altrimenti, altri lo faranno al posto nostro. E spesso in modo maldestro e subdolo.


La politica è l’amministrazione della vita della città, affinché prevalgano la coesione, la convivenza, la prosperità e la stabilità. Che smetta di essere persecuzione e propaganda, paura e punizione, tanto nei suoi atti quanto nelle sue parole.


Per esempio, non si tratta di “tollerare” l’altro, ma di rispettare, riconoscere e proteggere gli individui dalle circostanze della violenza. E per farlo, la soluzione è semplice: è già radicata nella cultura, nell’istruzione e nella legislazione. Eppure, si continua a trascinare i piedi nella sua applicazione.


La sicurezza dei Paesi non è negoziabile, certamente, e non ha bisogno di rinchiudersi nell’esclusione, nell’allarmismo o nel panico. Certo, e assumiamocelo: l’Europa è alle soglie di una regressione violenta. Ma la diversità sociale è la forza di una società: attutisce gli urti e crea coesione. Sarebbe controproducente considerare la differenza come un bersaglio da abbattere, come un capro espiatorio su cui scaricare i problemi del nostro tempo, o come un tema di distrazione destinato a distogliere l’attenzione delle cittadine e dei cittadini dai veri problemi, fallimenti e nodi da affrontare.


I calcoli politici ed elettorali non dovrebbero sottrarsi a queste questioni, né strumentalizzarle, né trasformarle in caos. Le modalità di accesso alle cure sanitarie, al lavoro e a un alloggio sicuro, al riparo da abusi e coercizioni, devono essere discusse alla luce delle realtà specifiche di ciascun territorio. Devono avere l’obiettivo di favorire l’autonomia dell’individuo e la sua integrazione sociale. L’esclusione da questi diritti non può dunque prevalere, in particolare nei confronti delle persone vulnerabili o rifiutate dalle loro famiglie, delle persone trans e non binarie, delle persone con background migratorio, delle persone razzializzate, delle persone che svolgono lavoro sessuale e delle persone con disabilità. Questa esclusione è una bomba a orologeria. Le responsabili e i responsabili politici devono soffermarsi su queste questioni e fornire risposte, in uno spirito di responsabilità sociale duratura e continua.


Sappiamo tutte e tutti che la transfobia, la transmisoginia e l’enbyfobia uccidono; che possono spingere le persone trans e non binarie al suicidio, dopo aver reso impossibile la loro vita. Indipendentemente dalla nostra comprensione, dalle nostre esperienze o dalla nostra vicinanza a queste persone e alle loro realtà, sappiamo che nulla prevale sulla dignità umana. Sta a noi prendere la parola, invece di nasconderci dietro un silenzio generale, complice per inerzia. Questo riguarda tutti gli spazi: le famiglie, i media, le scuole, il sistema sanitario (compresi gli ospedali, i trattamenti medici ordinari e le persone che li somministrano), le carceri e gli altri luoghi della vita sociale.


Ma il punto più critico si gioca sul piano generazionale e comincia con i bambini, la cui protezione dipende anzitutto dalla protezione delle famiglie. In questo senso, i minori non possono essere abbandonati a causa della mancanza di politiche in materia di adozione, né dell’ambiguità sulle responsabilità dell’adulto nei confronti del minore che derivano dall’adozione. Non possiamo compromettere la continuità emotiva e affettiva, la sicurezza e la stabilità dei bambini in nome di ideologie fondate sul panico e sulla paura. La legge esiste per accompagnare gli individui e offrire loro soluzioni concrete. Le leggi restrittive non fanno che prolungare l’insicurezza e la paura: alienano vite, creano rabbia, favoriscono gli abusi e finiscono per essere esse stesse abrogate. Perché provocare tanta infelicità? Perché prolungare le sofferenze?


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La sfida più grande che noi, persone LGBT, affrontiamo è interiore. Non possiamo affrontarla senza decostruire la vergogna che portiamo dentro e la menzogna che abbiamo imparato a padroneggiare con tanta facilità. Che si tratti di condurre una doppia vita o di vivere secondo un doppio standard, quando la menzogna diventa un riflesso naturale, la verità smette di essere cercata. Finiamo allora prigionieri delle nostre stesse menzogne.


Ecco perché le sfide che ci attendono sono immense e, prima di tutto, interne, ovunque nel mondo. Molte di queste sfide saranno utilizzate per cercare di confermare gli stereotipi che alcune persone nutrono già nei confronti delle persone LGBT. In questo contesto, non scarichiamo la colpa sugli altri. Non si tratta di una realtà fabbricata da una figura politica: è anche la nostra, e dobbiamo affrontarla. Ovunque, numerose persone che hanno lavorato all’interno di associazioni LGBT o dei Pride hanno adottato comportamenti finanziari, legati al corpo, sessuali o manipolativi. Le vittime reali finiscono sempre per prendere la parola. È solo una questione di tempo, e dobbiamo essere pronti, quando arriverà il momento, ad assumerci le conseguenze di atti compiuti “in nostro nome”. Questo comincia dal coraggio di guardarci allo specchio, di accettare le nostre mancanze, di avviare un risanamento istituzionale, di istituire e far rispettare politiche chiare e di non coprire mai coloro i cui atti hanno causato danno, né per amicizia, né per intimità, né per lealtà personale. Possiamo riuscirci solo onorando la dignità di ciascuno, compresa quella delle persone che hanno commesso tali torti. Non è necessario umiliare o consegnare qualcuno alla gogna pubblica per affermare una posizione o dimostrare pubblicamente di prendere le distanze. Non è neppure necessario ricorrere a pettegolezzi, menzogne, misinformazione o disinformazione. Sta a noi onorare la verità, per quanto difficile possa essere, perché solo la verità ci rende liberi.



Alle organizzazioni Pride e alle associazioni LGBT:


Gli organizzatori dei Pride e le associazioni LGBT esistono per rendere visibili le questioni LGBT. La visibilità è essenziale per decostruire i miti, le menzogne e i pregiudizi che circondano le realtà LGBT, al fine di far rispettare la nostra dignità. Questa è la prima missione di coloro che lavorano su queste questioni. Tutto il resto è secondario. Tutto il resto.


Mentre gli organizzatori dei Pride e le associazioni LGBT ripetono che i diritti LGBT sono sotto attacco, molti dedicano una parte considerevole della propria energia a temi lontani dal loro mandato principale. Perché un intero ecosistema LGBT non dovrebbe concentrare il 100% della propria azione sulle realtà LGBT, nel proprio ambiente immediato, consolidando i propri risultati e rispettando i propri impegni? Qual è l’efficacia, quale la sostenibilità di un attivismo fondato sull’allarmismo e sul fatalismo? A questo proposito, una domanda si impone: gli organizzatori dei Pride e le associazioni LGBT servono realmente le persone LGBT, oppure usano le persone LGBT come copertura per perseguire altre cause nelle quali desiderano impegnarsi? Prima di rispondere con formule preconfezionate come “le persone LGBT sono storicamente legate alla resistenza” o “le persone LGBT combattono l’oppressione”, ricordiamo una cosa semplice: resistere e lottare contro l’oppressione non sono attributi esclusivi delle persone LGBT. Sono attributi intrinseci all’essere umano.


I gruppi che hanno successo, cioè quelli che raggiungono gli obiettivi che si sono prefissati, si organizzano attorno a mandati precisi e a obiettivi chiaramente definiti. Al contrario, gli slogan mancano di precisione e non si traducono in cambiamenti concreti. Allo stesso modo, l’eccessivo ampliamento di un campo d’azione produce raramente un vero impatto. Al contrario, trasforma l’azione pubblica e sociale in una promessa deludente, frustrante, amara, manipolatrice e, infine, incompiuta di cambiamento e liberazione. Una simile deriva allontana le persone dalla speranza di giorni migliori. A questa perdita si aggiunge un considerevole spreco di tempo, risorse materiali e capacità intellettuali che avrebbero potuto essere investiti in trasformazioni reali. È dunque essenziale che gli organizzatori dei Pride e le associazioni LGBT si assumano immediatamente la responsabilità di questo modo di operare e vi pongano rimedio. In caso contrario, saranno i primi responsabili del crollo della fiducia del pubblico nell’organizzazione e nell’azione LGBT. E quando ciò accadrà, non si dovrà attribuirne la colpa ai presunti “LGBT radicali” né a qualche “politico folle”.


Guidare nello spazio pubblico è un compito delicato. Quando non è sufficientemente informata né adeguatamente attrezzata, questa responsabilità produce errori costosi, le cui prime vittime sono spesso le persone più vulnerabili tra noi. Gli organizzatori dei Pride e le associazioni LGBT hanno la responsabilità di formarsi continuamente, al di là dei confini dell’ideologia e dei principi che si proclamano a sé stessi. Dobbiamo affrontare con apertura mentale le realtà LGBT, le questioni sociali e politiche e le pratiche sul campo: prima nei nostri territori e nelle nostre giurisdizioni, poi su scala internazionale, per costruire sull’esperienza degli altri. La conoscenza ci consolida, ci offre chiarezza e direzione. Ci permette anche di nuotare controcorrente quando necessario, persino quando ciò è impopolare. Gli organizzatori dei Pride e i responsabili delle associazioni LGBT non possono limitarsi a ripetere o adottare posture e posizioni fondate su informazioni raccolte e incrociate sui social media, anche quando queste li rassicurano o danno loro l’impressione di essere dalla parte giusta. Le scorciatoie intellettuali e le semplificazioni ignorano la sfumatura e la complessità del mondo reale, quello in cui si svolge il lavoro concreto. La conoscenza e la precisione contano enormemente. In ogni caso, nessun organizzatore di Pride o responsabile associativo LGBT può presentarsi come vittima della propria funzione: siamo, dopo tutto, responsabili esecutivi. O sappiamo ciò che stiamo facendo, oppure ci pieghiamo alle voci più rumorose. In ogni caso, non c’è Pride senza chiarezza, senza direzione, senza coraggio e senza dignità.


I numerosi organizzatori dei Pride e i responsabili delle associazioni LGBT - ancora più numerosi - che cercano di reinventarsi, di riciclarsi attorno a nuovi temi devono, prima di tutto, fare il bilancio della loro azione pubblica e sociale esistente. Devono documentare i processi che hanno seguito, per la posterità, per l’apprendimento collettivo e per spirito di integrità e mobilitazione. Prima di avventurarsi in ambiti che oltrepassano le loro frontiere, in particolare su temi sensibili legati alla religione, alla razza, alla politica o ad altre realtà complesse, ciascuno dovrebbe anzitutto familiarizzarsi con le questioni più vicine a sé, nel proprio contesto. Purtroppo, molti si rivolgono soltanto a chi è già convinto, adottando una postura performativa e disonesta. Così facendo, ostacolano la dignità di coloro che pretendono di sostenere e finiscono per strumentalizzarli a fini di visibilità personale, di riconoscimento sociale egoistico o di attenzione calcolata. Le posture di chi arriva da fuori, così come l’atteggiamento del “so io meglio di te”, che pretende di dire al mondo ciò che è giusto e ciò che dovrebbe essere fatto nei territori degli altri, ricordano che i canti “anticoloniali” non sono altro che slogan vuoti e che il principio di autodeterminazione, pur proclamato, non viene mai realmente rispettato.


Le persone LGBT che dispongono di accesso e di risorse intellettuali devono impegnarsi nei Pride e nelle associazioni LGBT. Possono contribuire a concentrarsi sulle realtà locali prima di guardare verso l’esterno, a difendere il lavoro positivo già compiuto, a orientare meglio le azioni future e a sostenere le persone LGBT che ne hanno bisogno. La solidarietà non è soggetta a gerarchie inventate della sofferenza e non ci liberiamo creando nuove persone oppresse.


In conclusione, ogni Pride è il primo Pride di qualcuno. Spetta dunque a noi, organizzatori e organizzatrici, creare ambienti accoglienti, governati dalla gentilezza e dalla sicurezza. Mentre molte persone pensano ancora che sarebbe meglio morire piuttosto che accettare ciò che sono realmente, le nostre azioni devono essere guidate da principi solidi, affinché possano contribuire a una vita di dignità e libertà.


Hadi Damien